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«Questa è una storia di guerra, del raggiungimento dell'obiettivo passo dopo passo. Questo è il motivo per cui esistiamo e per cui continuiamo a vivere.»
Ninja Bugeicho Kagemaru Den


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sengoku jidai [ La mole di informazioni storiche contenuta in un’opera come Ninja Bugeicho non è trascurabile. Tuttavia, non è facilissimo per i non giapponesi riuscire a comprendere tutti i vari riferimenti a eventi, situazioni e personalità. Per questo motivo ho deciso di aggiungere al sito un breve – ma spero esaustivo – compendio che riassuma i principali tratti dell’epoca Sengoku, che fa da scenario alla vicenda. Chiaramente non ho le competenze né le conoscenze per pretendere di insegnare tutto: quindi, se conosci altri siti che trattino a loro volta la materia in modo approfondito e utile, segnalameli e li aggiungerò tra le fonti. ]

Grazie a numerosi titoli – cinematografici, fumettistici, di animazione ecc. – popolari anche nel nostro Paese, è difficile che un appassionato di Giappone non abbia mai sentito nominare l’epoca Sengoku (戦国時代, lett. Sengoku Jidai). Questo lungo arco temporale (1467 – 1573), conosciuto anche con la perifrasi piuttosto esplicativa di “Periodo degli stati combattenti”, è notoriamente presentato come violentemente travagliato, caratterizzato da una crisi globale alimentata da guerre continue e debolezza a livello centrale – che a loro volta fomentavano tutta una serie di altre conseguenze come le carestie, le ribellioni, le prevaricazioni, le devastazioni, le epidemie ecc. La primissima domanda fondamentale per iniziare, dunque, è: ma come si è arrivati a una situazione del genere? Quali sono, insomma, le premesse e le cause della cupa epoca Sengoku?

Gli anni che vogliamo considerare, nella cronologia ufficiale della storia giapponese, vengono inglobati all’interno di una macro-fase chiamata Periodo Muromachi, che va dal 1336 al – appunto – 1573. Essa viene suddivisa in due parti, la prima della quale – cioè la fase precedente la Sengoku – è detta Periodo Nanbuko-chō (南北朝時代 ). L’epoca Nanbuko-chō si apre con quello che sarà il refrain caratteristico dei successivi duecento anni circa, vale a dire con un colpo ben assestato al sistema strutturale dello Stato: da qualche secolo, al potere della corte imperiale si era andato affiancando un secondo potere molto simile nella sua essenza a quello europeo feudale, ossia quello dello shogunato (o bafuku). A detenere tale potere era lo shogun, l’equivalente di un Generalissimo che era nominato dall’imperatore stesso – in realtà poi il titolo diventò ereditario -  e che ufficialmente aveva giurisdizione esclusivamente militare, ma che in pratica, col tempo, era riuscito a costruirsi un potere ben più incisivo di quello puramente nominale dell’imperatore, anche e soprattutto sfruttando l’appoggio dei daimyo, i signori locali di rango militare, che in cambio della fedeltà potevano amministrare porzioni di terra (feudi) con relativa autonomia (a livello tributario, penale, economico ecc.).
Nel 1333 questo equilibrio tra poteri si infranse: per farla breve, l’imperatore Go-Daigo decise di darci un taglio e di riprendersi il potere assoluto ai danni dello shogun e del vigente sistema. La cosa andò a buon fine, finché uno dei suoi uomini, Ashikaga Takauji, si rivolse contro di lui e riuscì a sconfiggerlo e ad allontanarlo da Kyoto (1336). Mentre il povero Go-Daigo riparava a Sud, a Yoshino, Ashikaga affidava il trono a un altro imperatore favorevole a lui, un certo Komyo. Ashikaga dunque fu abile nel cogliere al volo l’occasione per salire alla ribalta, lui che proveniva da una famiglia che non possedeva ricchezze e che non era inserita in nessun circuito di clientele di alto livello, ma non fu altrettanto abile nell’insediarsi nel sistema che aveva ripristinato. Nella pratica, non disponendo di sufficienti fedelissimi a cui affidare i vari feudi, Ashikaga dovette inventarsi un feudalesimo su più livelli: da un lato gli shugo (i governatori di provincia), i vassalli veri e propri, che trascorrevano però gran parte dell’anno nella capitale; dall’altro i capi dei cavalieri di rango inferiore (cioè i daimyo), che invece rimanevano fissi nei territori che amministravano. Il frazionamento del territorio, insomma, si elevò alla seconda: lo shogun affidava terreni agli shugo, che a loro volta affidavano porzioni del feudo ai daimyo in cambio di fedeltà, togliendo tali latifondi dalle mani delle famiglie nobili che fino a quel momento le avevano gestite. Ma gli shugo, come si diceva, se ne stavano quasi sempre nella capitale: di conseguenza, quei sub-vassalli accrebbero tantissimo il loro potere personale all’interno dei feudi: è questo il processo che viene definito gekokujō (ossia “i subordinati che prevaricano i superiori”).
Accanto a queste trasformazioni notevoli in campo amministrativo, il periodo del governo degli Ashikaga rimase caratterizzato dallo scisma imperiale (le due corti, quella a Nord e quella a Sud) e da una sostanziale e perdurante debolezza del potere centrale. Questo fece sì che, esauritasi la prima generazione di shugo – che era costituita dai rami cadetti della famiglia Ashikaga -, il loro posto venisse preso dai loro ex-collaboratori, i daimyo, che potevano contare su una classe di guerrieri a loro fedelissima. Questi nuovi daimyo, lungi dal favorire il governo che aveva permesso la loro ascesa, cominciarono ad opporsi in modo via via sempre più aspro allo shogun, al punto che nel 1441 Yoshinori Ashikaga venne assassinato. Gli successe Yoshimasa Ashikaga, ma il suo controllo sulla situazione politica non era minimamente sufficiente a frenare il caos che si stava prospettando e che scoppiò in tutta la sua virulenza con la guerra civile di Onin pochi anni più tardi, nel 1467 [1]. È proprio questa guerra terribile, che sconvolse per un decennio il paese, a dare il via all’epoca Sengoku vera e propria: ogni daimyo, ormai personalità incontrollabili da uno shogun che – come l’imperatore – si era ritrovato in possesso di un titolo di fatto puramente formale, trasformò il proprio feudo in uno stato vero e proprio, uno stato in guerra con tutti gli altri feudi e dotato di leggi, funzionari ed esercito propri. In seguito a questa radicale trasformazione delle forme di potere, il Giappone smise di essere un’entità statale unitaria, frammentandosi in un mosaico di staterelli più o meno grandi decisi a farsi la pelle a vicenda – e l’introduzione contemporanea delle armi da fuoco da parte dei Portoghesi non fece altro che peggiorare quell’orizzonte tanto travagliato.

È piuttosto evidente, però, che non tutti i feudi disponessero di pari forza, e infatti ben presto quelli più piccoli e relativamente deboli furono sopraffatti dai daimyo più ambiziosi e potenti, finché rimasero ben pochi i clan in gioco (da un’iniziale scacchiera di trecento daimyo, nel 1550 ne erano rimasti meno di venti). Sarebbe lungo e pedante – nonché difficilissimo, date le mie risorse limitate – riferire con precisione i singoli eventi e ricucire le sorti di un paese smembrato in un riassunto esaustivo e chiaro, dunque non resta che limitarsi a elencare i principali protagonisti di questa fase caotica e tribolata: i già citati clan degli Hosowaka e degli Yamana; i Takeda, governatori della provincia di Kai, nell’Honshū centrale, a lungo in lotta soprattutto con gli Uesugi, e ancora, sempre nell’Honshū, gli Ouchi, padroni della parte orientale della regione, coi loro vassalli, i Mori, che alla fine li sopraffecero; gli Hōjō, uno dei clan più potenti, che dominavano nel Kanto; i Myoshi, che in quest’epoca governavano su numerose province come quelle di Settsu e Awa, nel Kansai; i Saito, della provincia di Mino (oggi prefettura di Gifu); e infine i celeberrimi Oda, che controllavano la zona di Owari.
Mentre, a livello nobiliare, si giocavano queste lotte di potere, la popolazione era costretta a sopportare continue vessazioni e tribolazioni: la mancanza di spina dorsale a livello politico di Yoshimasa Ashigaka aveva avuto ripercussioni anche in ambito economico, condannando i contadini a un periodo di miseria che era sfociato nei primi casi di proteste e ripetute rivolte, che si reiterarono anche durante l’epoca Sengoku vera e propria. Non dobbiamo immaginarci i contadini giapponesi nelle stesse condizioni dei contadini nel nostro Medioevo: diversamente da quanto accadeva in Europa, infatti, in Giappone essi in generale non dovevano temere più di tanto razzie, devastazioni o saccheggi da parte degli eserciti, né reclutamenti forzosi [2]. Tuttavia su di loro (e sugli altri strati più bassi della società, compresi i ji-samurai, metà samurai metà contadini) gravava una schiacciante oppressione fiscale: la maggior parte dei raccolti veniva assorbita da tasse esorbitanti e ai fautori del reale benessere non rimaneva che poco o niente. Se, dunque, i vari daimyo combattevano tra loro sperando per se stessi un futuro migliore, anche i contadini cominciarono a concepire un progetto politico e sociale che favorisse per una volta loro: allo scopo di realizzarlo, quindi, si unirono ai ji-samurai e ai monaci buddhisti, si armarono e andarono a costituire una serie di gruppi ribelli, gli ikkō-ikki(一向一揆). Questi gruppi, benché lottassero per obiettivi comuni e compatibili, non si unirono mai sotto un’unica bandiera, continuando ad operare in modo più o meno disgiunto; ad accomunarli, soprattutto, era a livello ideologico l’insegnamento del monaco Rennyo, sebbene quest’ultimo, di fatto, abbia tenuto sempre un atteggiamento piuttosto ambiguo nei loro confronti. Non per questo la loro forza è da sottovalutare: nel 1441, ad esempio, gli ikki assediarono la città di Kyoto mettendola a ferro e fuoco e costringendo, dopo appena una settimana, lo shogun a cancellare i debiti dei contadini – sebbene questa vittoria sia da considerare più che altro da un punto di vista morale che pratico; ancora, nel 1457 gli ikki sconfissero un’armata di ottocento samurai che era stata mandata contro di loro.

In seguito a questo, seppur breve e sommario, resoconto della situazione, è abbastanza chiaro che cosa avrebbe dovuto fare chi avesse voluto raggiungere la chimera del potere assoluto: per prima cosa imporsi come unico signore tra i daimyo, annicchilendo la resistenza dei nemici e costruendosi un solido sistema di clienti e di alleati; infine, avrebbe dovuto scontrarsi contro le armate degli ikki e contro i vari monasteri buddhisti che fomentavano le rivolte e sconfiggerli definitivamente. Solo dopo aver demolito qualsiasi germe di dissenso, sarebbe stato possibile per il vincitore cominciare a ricostruire lo stato del Giappone. È esattamente in questa direzione, infatti, che si muove la principale personalità di questa fase, Nobunaga Oda. Emergendo da una provincia tutto sommato piccola e relativamente importante, quella di Owari, attraverso un sistematico uso delle armi e delle alleanze, riuscì a creare da sé le condizioni favorevoli ad una continua ascesa: per prima cosa, si liberò degli oppositori interni al proprio clan, ed estese la propria influenza nelle province vicine alla sua (Suruga, Mino, Omi). Il suo nome divenne noto in tutto il paese in seguito alla vittoria nella battaglia di Okehazama (1560), durante la quale sconfisse Imagawa Yoshimoto (e si garantì l’alleanza di Matsudaira Motoyasu, il futuro Ieyasu Tokugawa) Nel 1568 occupò Kyoto, deponendo lo shogun e mettendo al suo posto un altro più bendisposto nei suoi confronti (Yoshiaki Ashikaga). Respinto l’attacco sferratogli dagli Azai e dagli Asakura (supportati dagli ikko) nella battaglia di Anegawa (1570), l’anno seguente Nobunaga si mosse contro i monasteri più potenti, quelli di Enryaku-ji, di Kofuku-ji e Koya-san. Non ebbe bisogno di distruggerli tutti: dopo aver espugnato Enryaku-ji e averlo dato alle fiamme, gli altri due si affrettarono a concludere una pace con lui. Dopo questo primo duro colpo, che infranse l’influenza destabilizzante dei monasteri, si rivolse direttamente contro la fortezza ikkō di Nagashima, che riuscì a prendere (anche se a costo di notevoli perdite). Nel 1573 tornò a Kyoto per deporre anche Yoshiaki e abolire definitivamente lo shogunato. Ulteriori vittorie contro gli altri clan significavano una sempre più capillare diffusione degli uomini di Nobunaga nel paese. Gli unici in grado di arrestare la sua avanzata (Shingen Takeda prima, Kenshin Uesugi poi) morirono prima di riuscire a sferrargli il colpo decisivo, e così nel 1582 era ben poco il Giappone ancora libero dal suo controllo. Nobunaga si stava apprestando a prendersi anche le restanti province di Echigo e Shikoku quando venne ucciso a tradimento da uno dei suoi uomini di fiducia, Akechi Mitsuhide (non che la manovra abbia portato grande vantaggio ad Akechi: venne ucciso appena undici giorni dopo da Hideyoshi Hashiba, un altro dei generali di Nobunaga, nella battaglia di Yamazaki).
La vicenda storica di Nobunaga, come abbiamo potuto vedere, si pone a cavallo tra l’epoca Sengoku e quella successiva, il periodo Azuchi-Momoyama (安土桃山時代), quella che vide le gesta dei tre grandi unificatori (Nobunaga Oda, appunto, Hideyoshi Toyotomi e Ieyasu Tokugawa). Lo so che è brutto tranciare così il discorso, soprattutto perché la vicenda delle sorti del Giappone non ha raggiunto la sua fine, quanto un vero e proprio stallo; tuttavia la porzione di storia che si pone come scenario di Ninja Bugeicho non va oltre la morte di Nobunaga, dunque mi fermo qui e rimando alla continuazione di un (prossimo) excursus nella sezione più adatta a trattare gli eventi che riguardano lo scontro tra Toyotomi e Tokugawa, vale a dire quella di Sasuke.

[1] Per la cronaca, il casus belli fu fornito dalle continue interferenze al veleno da parte di due clan, quello degli Hosokawa e quello degli Yamana, nella vita politica. Attenzione che è un po’ difficile da seguire: dunque, Yoshimasa Ashikaga – cioè lo shogun al potere – vuole cedere il proprio potere. Gli Hosokawa sono favorevoli a Yoshimi, che è il fratello di Yoshimasa; gli Yamana, invece, premevano per affidare la carica a Yoshihisa, il figlio di Yoshimasa. Finisce che gli Yamana tentano di risolvere la questione a modo loro, rapendo Yoshimi e barricandosi con lui come ostaggio nel palazzo dello shogun. Da questo colpo di testa ebbe origine il successivo conflitto.
[2] Molti contadini, in realtà, si arruolavano di propria sponte, rimpolpando le fila dei cosiddetti ashigaru: servendo nell’esercito del daimyo si poteva sperare in una (sebbene remota) possibilità di avanzamento sociale, e poi c’era sempre la possibilità di arricchirsi coi bottini.


Bibliografia virtuale:

Wikipedia, alla voce Epoca Sengoku
Wikipedia, alla voce Ikko-ikki (ENG)
Wikipedia, alla voce Nobunaga Oda (più ricca d'informazioni la pagina inglese)
Inuyasha's Portal, sezione Approfondimenti: l'era Sengoku
Sengoku Jidai Period (autore sconosciuto) (ENG)
Il Giappone, alla voce Shogun
Sesshu Toyo, approfondimento sul Periodo Muramachi


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