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«La sola cosa più temibile dell'abilità del cacciatore è l'impossibilità di fidarsi di qualcun altro.»
Kamui Gaiden

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kamuiLa saga di Kamui è uno dei grandi capolavori di Shirato, una storia iniziata molto tempo fa, negli ormai lontani anni '60 e tutt'ora in corso. Col tempo, inevitabilmente, il ritmo delle pubblicazioni s'è fatto più lento, e la stessa partecipazione di Shirato al progetto si è relativamente ridotta: dico relativamente perché comunque lo sviluppo della trama è rimasto di sua assoluta competenza, ma per quanto riguarda il disegno delle serie Kamui-den Nibu e Kamui Gaiden Dai Nibu egli si è avvalso della partecipazione del fratello, Tetsuji Okamoto - nonché, o almeno così si vocifera, di una collaborazione con Goseki Kojima (Lone Wolf and Cub, Path of the Assassin), ma questa notizia sembra più che altro una leggenda metropolitana che circola tra gli appassionati, desiderosi di far incontrare due mostri sacri del gekiga in una delle serie leggendarie del genere. Ad ogni modo, l'incontro tra artisti diversi e la lunghissima gestazione dell'opera hanno avuto come effetto un visibile sviluppo a livello grafico, uno sviluppo che si orienta nettamente verso un sempre più spiccato realismo. Certo, questo realismo non è radicale: spesso i personaggi risultano grotteschi nel loro aspetto, quasi deformati, ma in qualche modo questi loro corpi contribuiscono a rendere perfettamente l'idea dell'umanità crudele e disperata che è la protagonista di questa storia.
Sicuramente in Italia è più famosa la serie animata di Kamui, più che il manga (che pure è stato pubblicato parzialmente molti anni fa da una rivista poi fallita, Mangazine), per cui non è sempre facile reperire informazioni precise sul lavoro di Shirato: da quello che ho potuto capire, la saga di Kamui consta di due grandi segmenti (la storia di Kamui prima della diserzione e quella dopo la diserzione), trattati in maniera non lineare (e cioè Shirato si è occupato di entrambi contemporaneamente, senza preoccuparsi di finire l'uno prima di iniziare l'altro), e il cartone animato racconta solo una minima parte delle vicende del protagonista.
La prima di queste serie, Kamui-den (カムイ伝, La storia di Kamui) fu pubblicata tra 1965 e 1971 dalla Shogakukan, e fu raccolta in 15 tankobon. L'arco narrativo relativo all'infanzia di Kamui è essenzialmente contenuto in essa. Della fase successiva, quella posteriore alla diserzione, si occupa invece Kamui Gaiden (カムイ外伝, La leggenda di Kamui), sempre distribuita dalla Shogakukan, che è una serie composta a sua volta da due parti: la prima riprende il discorso da dove si era interrotto e copre sostanzialmente gli episodi che verranno poi trasposti nella serie animata (ottobre 1965-novembre 1966); la seconda comincia invece con la vicenda di Sugaru, ed è stata pubblicata in raccolta tra il gennaio 1982 e il dicembre 1986. Non pago, Shirato s'è inoltre impegnato in un Kamui Den Nibu (ossia La storia di Kamui - parte seconda), composta da 10 tankobon (gennaio 1988 - settembre 1996). Lungi dall'essere terminata, nonostante la lunghezza di gestazione e di narrazione, la saga di Kamui è tutt'ora in corso d'opera: il maestro si sta occupando della sua terza parte, che ovviamente tutti aspettiamo con ansia. [1]
Scenario storico della vicenda è ancora una volta il XVI secolo, e la soffocante rigidità sociale del periodo: ancora una volta, quindi, Shirato guarda alla storia passata (e attraverso il suo prisma, alla presente) secondo la sua prospettiva, e affronta il problema della lotta tra classi e dell'oppressione delle minoranze secondo un'ottica tendente alla sinistra.
Più precisamente, Kamui è ambientato durante lo shogunato di Ietsuna (1651 - 1680), quarto shogun della dinastia Tokugawa. Questo shogunato fu contraddistinto da un isolamento assoluto del paese verso il mondo esterno, e da una rigidissima divisione in caste che non lasciava speranze a chi non era in posizione dominante. In particolare i burakunin, i "non uomini", gli ultimi in assoluto della gerarchia sociale, non potevano minimamente sognare di potersi elevare ad una condizione migliore. 
Può apparire esagerato affermare che l'ambiente che Shirato descrive fosse lo stesso di quello in cui il mangaka stava vivendo, ma in realtà - a ben vedere - nel Giappone degli anni '60, che stava vivendo il boom economico, non si erano ancora eliminate realtà di emarginazione umana e di povertà. Shirato ricorre alla "maschera" del periodo Edo, quindi, per denunciare a modo suo le ingiustizie che vedeva nel suo presente.

[1] Va da sé che la prima comparsa di Kamui nell'orizzonte dei manga risale alle pubblicazioni della rivista Garo. Le date riportate qui sopra si riferiscono alle prime edizioni 'monografiche' dedicate interamente alla saga di Kamui.

Il protagonista della storia è Kamui, che nasce in una famiglia di "sottouomini", di burakunin. Ma diversamente dagli altri, egli non riesce ad accettare già da bambino la condizione di sfruttamento e di discriminazione a cui è destinato, e cerca di trovare un modo per poter essere un uomo libero. In effetti, l'intera saga non fa che raccontare il disperato desiderio di Kamui di poter raggiungere la libertà, egli non chiede che questo. Purtroppo, nella sua ricerca il ragazzo fa un errore fatale, che si ritroverà a dover pagare carissimo per tutta la vita.
In seguito a varie vicende tragiche (tra le quali, la morte violenta del suo gemello), a Kamui ancora bambino viene offerta la possibilità di essere adottato da una famiglia di ninja, e di essere educato per diventarlo a sua volta: nella sua ingenuità, Kamui crede che questa possa essere una buona soluzione per diventare libero, e che comunque ciò possa salvarlo dalla condizione di burakunin, per cui accetta. Si sottopone a duri allenamenti e diventa un ninja temibile. Ma, mentre sviluppa le sue capacità e le sue abilità tecniche, si rende conto che la strada che aveva intrapreso non lo avrebbe portato da nessuna parte: i ninja non sono uomini liberi, ma spietati assassini che vengono usati dai feudatari per fare i loro lavori sporchi. Kamui cercava di essere indipendente, ma diventando un ninja continuava ad essere schiavo del volere altrui. Per questo motivo matura in lui la decisione di disertare e di abbandonare il suo clan. Questa è la narrazione della serie Kamui den.
Decisione grave, gravida di conseguenze: nessun clan ammetteva disertori. Chi tradiva era destinato alla morte. Kamui, disertando, spera di potersi liberare dal giogo del clan, ma si sbaglia ancora una volta: la sua condizione di nukenin (ninja traditore) lo espone alla vendetta feroce e implacabile dei suoi ex compagni, che non smetteranno mai di perseguitarlo e di attentare alla sua vita. Per questo Kamui non è libero di fare niente: non può fermarsi in un villaggio, non può fidarsi di nessuno, non può permettersi di mostrare la minima debolezza, non gli è concesso nemmeno di provare sentimenti verso gli altri, perchè il pericolo per lui è potenzialmente dappertutto. Kamui, tradendo, si condanna ad una fuga perpetua, che si potrà concludere solo quando tutti i ninja del clan tradito saranno caduti. O quando, viceversa, qualcuno di loro riuscirà ad uccidere lui.
Come in altre serie di Shirato, non ci si risparmia di dipingere in modo molto crudo la violenza e la spietatezza del mondo in cui il protagonista si dibatte, forse in questa serie più ancora che in altre. La saga di Kamui è un manga duro, ma anche profondo, e necessita quindi di essere letto da un pubblico maturo per poter essere apprezzato come merita. Si nota anche un progressivo sviluppo narrativo nel senso di una sempre maggiore focalizzazione sul protagonista: se i volumi iniziali di Kamui Den possono ancora essere considerati parte di un'opera corale, sul modello di Ninja Bugeicho, dove la storia si regge sulle vicende di più persone e dove la presenza di Kamui non è costante, con l'andare del tempo è la vicenda personale dello stesso Kamui a emergere e a porsi al centro della narrazione. Se dunque pure la serie continua ad analizzare socialmente e storicamente il passato (e di conseguenza, il presente), ciò accade in base a dove il protagonista si reca e a cosa fa, mentre prima il racconto era comunque meno individualistico.
Ancora una volta troviamo nell'opera una grande "cinematograficità": c'è grandissima attenzione alla costruzione degli scenari e degli ambienti, e il modo di raccontare usa un ritmo altalenante, capace di rimanere lento a lungo per poi scoppiare in una serie di azioni concitate all'improvviso. Nonostante il tratto appaia quasi "rozzo, sporco" all'occhio del lettore moderno (abituato a disegni più puliti e rifiniti), la dinamicità e l'accuratezza formale dell'insieme non viene minimamente danneggiata. Shirato usa raramente i retini, preferendo di gran lunga le ombreggiature con la china, creando un effetto chiaro-scuro che incupisce il tutto e che mette anche graficamente l'opera sulla stessa lunghezza d'onda del suo contenuto.
A Kamui venne dedicata anche una serie animata (Ninpuu Kamui Gaiden). Per maggiori informazioni, rimando alla sezione apposita.

Ultima nota: grazie a Roberto Bottura per le precisazioni con le quali finalmente sono riuscita a chiarire alcuni punti rimasti a lungo oscuri.

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