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«La sola cosa più temibile dell'abilità del cacciatore è l'impossibilità di fidarsi di qualcun altro.»
Kamui Gaiden

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kamui
kamuidenBizzarro, ma noi fan italiani (e occidentali in generale) ci siamo affezionati a una storia che in realtà ci risulta mancante di una consistente metà. Abbiamo potuto conoscere le avventure di Kamui grazie alla serie animata - e gli esperimenti di pubblicazione cartacea (la famosa edizione della Granata Press) hanno cercato di conquistarsi consensi seguendo la scia del cartone - quindi partendo da un Kamui già adulto e già ricercato dal suo clan. Non conosciamo le premesse, semplicemente le diamo per scontate. Siamo costretti ad accontentarci di quel poco che del suo passato Kamui stesso ci rivela: che la sua condizione sociale lo portava a valere meno di niente, che il suo desiderio di rivalsa l'ha spinto a diventare un ninja e che poi - troppo tardi - s'è reso conto di aver fatto un grosso errore. Per noi la storia di Kamui è soprattutto un dramma personale: il sentimento che maggiormente si percepisce è un costantemente frustrato desiderio di libertà, intesa non solo socialmente, ma anche (soprattutto, direi) individualmente. A Kamui non interessa più essere formalmente libero, vuole solo condurre una vita senza più sangue, in pace, chiede solo di potersi permettere di nuovo il lusso di non dover sempre e soltanto sospettare, diffidare. La critica che Shirato fa della società, in questo senso, ha una profonda dimensione morale. Pensiamo all'episodio di Sugaru (quello meglio conosciuto, visto che è l'unico che è stato animato e pubblicato anche in italiano): il gioco ruota attorno ai binomi sincerità/doppiezza, disinteresse/interesse, onestà/simulazione, fiducia/tradimento. I personaggi non sono identificati come vittime di un sistema sociale vero e proprio, ma di una gabbia di disperato e continuo sospetto reciproco. Un incubo che non affonda le sue radici in discriminazioni precise, ma nell'incapacità di sopravvivere in un mondo pieno di squali (penso che la presenza costante di tali animali nella vicenda sia alquanto metaforica).
Alla luce di tutto questo, mi stupivo sempre quando vedevo ricorrere il nome di Kamui accanto a quello di Kagemaru nei vari contributi che parlavano del peso avuto da Shirato nelle proteste giovanili degli anni '60. Ninja Bugeicho ha un'indubbio peso ideologico, è una critica aperta al sistema e un altrettanto aperto invito ad agire, a contribuire ad una vera rivoluzione, a non arrendersi davanti agli ostacoli e alle difficoltà. Ma Kamui non mi sembrava avere la stessa forza ideologica: la sua critica mi appariva diretta alla società nel suo insieme, non solo nella sua suddivisione classista. Questo perché potevo basarmi solo sulle vicende del Gaiden: come quasi tutti i fan occidentali, conoscevo solo la seconda parte della vita di Kamui. Ignoravo del tutto i contenuti di quella precedente, quella descritta in Kamui Den. Una volta recuperata la lacuna, tutto mi è apparso decisamente più chiaro.

In Kamui Den il protagonista non è Kamui. O meglio, non è solo Kamui. Per quanto, nelle serie successive, la sua figura abbia acquistato una centralità assoluta e indiscussa, nel primo capitolo della saga Kamui non è semplicemente il nome di un personaggio, è quasi un gioco di parole che si basa sul significato della parola: è un nome proprio, ma è anche un termine che significa 'dio' o 'sacro', insomma, che indica qualcosa o qualcuno di stupefacente, fuori dall'ordinario, addirittura divino. Questa ambivalenza serve a giustificare l'enorme coralità dell'opera: non solo essa pullula di personaggi, ma non ha un protagonista, ne ha ben tre. Tre protagonisti per tre delle classi in cui il Giappone del tempo (XVII secolo) era rigidamente organizzato. Una breve panoramica per orientarsi è necessaria.
La piramide sociale vedeva al proprio vertice la casta dei samurai, comandati dal signore del territorio. Il gradino inferiore era occupato dalla classe dei contadini, che però era a sua volta suddivisa al proprio interno: gli hyakusho erano i contadini liberi, quelli che possedevano la terra che coltivavano; i genin, invece, erano servi a tutti gli effetti. Infine, al gradino più basso appartenevano gli hinin: chi aveva la sfortuna di nascere hinin non era considerato nemmeno un essere umano. Era costretto a vivere segregato in 'villaggi-ghetto', e il suo destino era quello di adempiere a tutte le attività più basse e infime, dalla macellazione degli animali morti al boia. Non solo i samurai, ma anche i contadini (hyakusho o genin che fossero) disprezzavano gli hinin, e questo disprezzo si fece più virulento nel periodo delle rivolte contadine, quando - per com'era organizzato il sistema - erano proprio gli hinin a giustiziare i capi dei ribelli. Si creò quindi una diabolica spirale d'odio: disprezzo e rancore degli uni nei confronti degli altri continuavano ad essere fomentati dalle vicende, avendo ogni parte contemporaneamente ragione e torto. Tutto ciò non faceva che disunire la popolazione e creare, di conseguenza, condizioni sempre più favorevoli all'oppressione, secondo il classico principio del divide et impera.
Ognuno dei tre protagonisti appartiene a una classe sociale diversa: Kamui nasce hinin, Shosuke genin e Ryuunoshin [1] samurai. Sono personaggi diversi per provenienza sociale, per contesto, per carattere, per età, ma hanno in comune una cosa: la capacità di guardare a una realtà oltre il sistema in cui sono imprigionati, anche se le loro prospettive non sono identiche. È soprattutto Kamui a risultare profondamente incompatibile: non rifiuta solo i membri delle altre classi, che lo disprezzano in quanto 'essere inferiore', egli respinge anche gli altri hinin, sviluppando fin da bambino una vera e propria idiosincrasia per il genere umano tutto. È l'uomo il problema, per lui, non la sua classe sociale: essa è solo una riprova pratica di quanto gli esseri umani siano infimi e disgustosi. Kamui cresce praticamente da solo, nei boschi, preferendo lo sforzo di contare solo su di sé a quello di scendere a compromessi nelle relazioni. Una persona che la pensa in questo modo, ovviamente, non si limita a guardare oltre ad un singolo sistema sociale, a criticare questo, ma spinge la sua prospettiva all'estremo. Kamui supera il concetto di relazione.
Shosuke e Ryuunoshin, invece, sono figure che - per quanto poi spariscano di scena - in Kamui Den hanno un peso narrativo decisamente maggiore: essi non sono meri distruttori di un'organizzazione, non respingono la società, ma credono che quel sistema sia sbagliato e vada corretto. Sono, insomma, propositori, sono personaggi attivi: Kamui aleggia come personaggio disilluso e indipendente, che - per quanto alla fine scelga di esporsi per aiutare questo o quello - si limita a rappresentare l'individualismo più radicale. I suoi sforzi per rafforzarsi, per imparare l'arte del combattimento, sono sforzi orientati ad acquisire l'abilità necessaria per lottare per sé stesso. Shosuke e Ryuunoshin lottano per costruire qualcosa che possa servire per tanti, se non per tutti.
Shosuke è un genin, ma fin da bambino si rende conto dell'artificiosità delle differenze sociali. La sua vita familiare, del resto, è segnata da tragedie innescate proprio da simili divisioni: la madre (una hinin che aveva tenuto nascoste al marito le umili origini) si era uccisa dopo essere stata scoperta e cacciata da questo; la sorella maggiore (innamorata proprio di Ryuunoshin) era stata ammazzata da un samurai, e nessuno aveva potuto farci niente perché nemmeno la vita della donna era abbastanza per giustificare una vendetta contro un samurai.
Shosuke sente fin da subito il bisogno di una rivoluzione, ma la sua indole non-violenta lo porta a prodigarsi in modo alternativo alle armi: convinto che il primo passo per diventare liberi sia uscire dall'ignoranza, si dà da fare per imparare a leggere e scrivere. Scopre così alcune malversazioni da parte del capo-villaggio, che compra il suo silenzio in cambio di un pezzo di terra proprio. Shosuke così si eleva socialmente, passa dalla condizione di genin a quella di hyakusho. Gli appare chiaro, però, che una coltivazione di riso gli avrebbe portato meno profitto di altre, e si butta quindi sul cotone prima e sulla seta poi. Il suo azzardo lo ripaga, e ben presto Shosuke diventa una personalità ammirata nel villaggio. Gli affari vanno così bene che pensa di iniziare a commerciare liberamente con la capitale, ma per farlo si rende necessario organizzare meglio il lavoro: si presenta quindi l'occasione di dare un colpo notevole alle ataviche discriminazioni, concedendo ai numerosi hinin di coltivare la terra a fianco dei contadini. Shosuke la coglie al volo, e si prodiga anche per innalzare le condizioni di vita di tutti, promuovendo l'istruzione, l'istituzione di 'asili nidi', la bonifica di nuovi appezzamenti e la diffusione di sistemi di coltura volti a massimizzare il risultato. Tutto ciò crea un benessere tale che i dissapori tra membri di classi diverse vengono accantonati, e addirittura i matrimoni misti promossi (lui stesso sposa la sorella più grande di Kamui, Nana).
L'unione tra hinin e contadini, però, crea una falla nella struttura di controllo della popolazione architettata dai vertici, e il signore che controllava il territorio comincia a fare di tutto per ostacolarla e scoraggiarla, in primis aumentando la pressione fiscale su hyakusho e genin. Questo porta a inevitabili scontri, in seguito ai quali Shosuke viene sospettato di essere il capo dei rivoltosi. Solo la testimonianza corale dell'intero villaggio in suo favore lo salva dal patibolo, ma un alluvione distrugge il fragile equilibrio del progetto del giovane: di nuovo l'avidità del daimyo esaspera i contadini che sono pronti a riprendere le armi. Shosuke li convince a lasciar perdere la lotta e a limitarsi a migrare in nuove terre. Purtroppo il signore di questi nuovi territori è ancora peggiore dell'altro, e la sua tirannia porterà via molte delle vite dei poveri migranti.
Uno spiraglio si apre nel momento in cui il daimyo che aveva costretto i contadini a spostarsi viene rimosso dal suo incarico, e il nuovo candidato viene scelto in Ryuunoshin. La vicenda di Ryuunoshin è quella di una maturazione (probabilmente la più netta tra i tre protagonisti): nato all'interno di una famiglia nobile ed educato a diventare un conformato membro dell'élite, Ryuunoshin si ritrova presto a dover scontare la 'colpa' di non essere gradito al daimyo, che gli preferisce un altro samurai piuttosto ambizioso e sanguinario. Si organizza quindi una strage in grande stile, che non avrebbe dovuto lasciar vivo un solo membro della sua famiglia. Ironia della sorte, l'unico a sopravvivere è proprio Ryuunoshin, che si vede costretto a rifugiarsi tra le montagne. Qui, addestrato da un vecchio samurai, continua ad allenarsi con un unico obiettivo in mente: la vendetta. Il desiderio di vendicarsi è così bruciante che lo porta a metterla in atto troppo presto, rischiando di rimetterci la pelle. Sarà l'intervento di Kamui a salvarlo, ma a quel punto Ryuunoshin si vede costretto a nascondersi in un luogo più sicuro delle montagne: Kamui lo introduce quindi in un villaggio di hinin. Le condizioni di vita di quella gente sono uno shock per il ragazzo, e questo lo porta a riflettere e a modificare i termini del proprio obiettivo: uccidere il daimyo non sarebbe servito a niente se non a soddisfare una brama personale. La cosa giusta, conclude, è quello di fare in modo che nessun altro possa mai più farsi autori di tali soprusi verso chiunque. Si tratta nientemeno che di abbattere il sistema.
La figura di Shosuke lo conquista: Ryuunoshin crede nel suo progetto di rinnovamento dal basso, ma alla lunga viene infastidito dal testardo rifiuto di questo verso qualsiasi forma di reazione violenta. Davanti alle morti ingiuste di molti contadini, il ragazzo opta per occhio per occhio, dente per dente, e si ritrova a capo di una banda di guerriglieri - a loro volta ex samurai - che difende e protegge gli interessi degli agricoltori. Quando però il daimyo viene destituito e la scelta per coprire il suo posto ricade su di lui, Ryuunoshin pensa che sia l'occasione giusta per rivoluzionare nel modo migliore il sistema sfruttando i suoi stessi poteri, e accetta.
Questa notizia risolleva gli animi e convince gli esuli a tornare al loro villaggio. Shosuke finalmente riesce a trovare una collaborazione globale a sostegno del proprio progetto: contadini e hinin sono uniti sotto la protezione di un daimyo progressista. Ovviamente questa utopia non poteva durare molto, e infatti Ryuunoshin viene rimosso e sostituito da un nuovo signore, che si dimostra pessimo esattamente come i precedenti. Nel tentativo di opporglisi, Ryuunoshin viene gravemente ferito e sbattuto in prigione, e solo l'intervento di Akame (il maestro di Kamui) gli permetterà di fuggire, per scomparire però nel nulla. Shosuke, dal canto suo, davanti alle palesi ingiustizie perpetrate dal nuovo daimyo rifiuta la violenza di una ribellione, e decide di procedere legalmente, portando la propria pacifica protesta al Governo Centrale. Le cose non vanno come previsto: il giovane finisce imprigionato e torturato pesantemente (gli viene addirittura tagliata la lingua). Riesce a fare ritorno a casa, ma il suo mondo è crollato in pezzi: la sua fede nella giustizia si è dimostrata fallace, i contadini non sono più disposti ad accettare le sue proposte moderate. Shosuke, semplicemente, se ne va e scompare per sempre dalla storia.
Seguire le vicende personali di Shosuke e di Ryuunoshin permette di farsi un'idea generale dello sviluppo del racconto, perché è soprattutto attorno a loro che si organizzano le evoluzioni narrative. All'interno di essa si innesta poi quella più particolare di Kamui.
Kamui, come già detto, inizia presto a fortificare il proprio fisico, spinto principalmente dalla necessità di dover contare solo su di sé in un mondo dove vige la legge del più forte. Osservando i comportamenti degli animali che popolano i boschi in cui si è rifugiato, il ragazzino sviluppa presto doti fisiche eccezionali, e quando gli viene proposta la possibilità di diventare uno delle spie che i samurai assoldavano tra gli hinin per spiare i riottosi contadini egli accetta, considerandola un'attività comunque migliore di quella che la sua condizione gli avrebbe altrimenti offerto. Molti hinin si lasciavano sedurre dalla tentazione di sfruttare una tale posizione per vendicarsi della discriminazione subita, ma Kamui sa che in realtà il suo nemico non sono i contadini, bensì i detentori di un tale ordine, ossia i samurai. Questo lo spinge ben presto ad assumere un ruolo molto ambiguo nella vicenda: formalmente è un avversario di Shosuke e degli altri villagiani, ma in pratica più volte si dimostra loro alleato.
La straordinaria abilità di Kamui, però, 'complica' le cose. Viene infatti selezionato per far parte di un corpo di ninja destinato a incarichi ben più importanti che lo spionaggio dei bifolchi, ma ovviamente una maggiore importanza significa anche un maggiore controllo: un corpo di combattenti del genere non può permettersi né dubbi né reticenze. Ogni iniziativa personale corrisponde a un tradimento. Il clima è di perenne tensione. Kamui, già in partenza sfiduciato nei confronti dei rapporti umani, si trova in una situazione in cui il sentimento umano non è pensabile: questo è il prezzo della fedeltà assoluta al clan, un prezzo che Kamui si rende conto di non essere disposto a pagare. È vero che, per natura, egli è sempre stato cinico quanto alle relazioni umane, ma questo non lo ha mai reso totalmente insensibile (per quanto freddo egli sia, mostra una certa partecipazione per le vicende di Shosuke, di sua sorella Nana e di Ryuunoshin). Quando il clan gli ordina di uccidere il suo stesso maestro (colpevole di aver cominciato a nutrire dubbi sul senso di obbedire ciecamente agli ordini), Kamui capisce nel modo più traumatico il livello di disumanizzazione che l'essere ninja richiede e, in definitiva, arriva alle stesse conclusioni del maestro. Ecco, quindi, la parabola evolutiva del pensiero di Kamui: tutto inizia come una necessità maturata dalla scelta di non riconoscersi in un sistema, e tutto prosegue sulla stessa linea, con la continua incapacità da parte del personaggio di inserirsi in un qualsiasi altro sistema, che sia quello del villaggio, quello delle spie hinin o quello dei ninja. Ma non è tutto: la diserzione di Kamui si fa una questione ancora più grave quando il ragazzo viene a conoscenza di un segreto di terribile portata, tale da distruggere quell'apparentemente massiccia piramide sociale che gravava sul paese: la famiglia Tokugawa, che dominava al tempo il Giappone, sarebbe infatti discesa da sangue hinin. Nessuno può essere a conoscenza di tale sconvolgente verità e rimanere vivo: è soprattutto questo il motivo della spietata e incessante caccia all'uomo che il clan organizzerà ai danni di Kamui, e che proseguirà implacabile anche nelle serie successive.

[1] Nella prima versione di quest'analisi, avevo indicato come nome del personaggio quello di Tatsunoshin. In seguito mi è stato fatto notare che lo stesso kanji che compone la parte iniziale del nome potrebbe essere letto sia come Tatsu- sia come Ryuu-. Pare che però, nel nostro caso, la soluzione giusta sia quest'ultima.

Ecco una serie di scanlation tratte dai volumetti giapponesi, per le quali ringrazio infinitamente Marco Nacher Saltara (clicca sull'icona per ingrandire l'immagine).


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