
Dopo la parentesi fortemente corale di
Kamui Den, Shirato decise di pescare una carta dal tris dei protagonisti e di concentrarsi su uno solo di essi, sviluppando per lui una trama che, pur rimanendo fedele al principio per cui la sua esperienza doveva riflettere come in uno specchio i molti e variegati problemi del presente, fosse connessa più strettamente al suo punto di vista e al suo carattere. Probabilmente Shirato scelse tra i tre il personaggio che maggiormente sentiva vicino al proprio spirito, o forse semplicemente optò per quello che - meno intrinsecamente legato alla vicenda di
Kamui Den - meglio si prestava a una trattazione ampia seppur 'monografica'. Il fortunato - inutile dirlo - fu Kamui.
Kamui, che alla fine del segmento narrativo precedente avevamo visto scomparire nel nulla dopo aver disobbedito all'ordine di uccidere Akame, il suo maestro, tradendo la volontà del clan si pone al di fuori di esso. Un comportamento del genere non può essere tollerato da un sistema rigido come quello dei ninja, all'interno del quale l'obbedienza è forse virtù più ancora della forza: Kamui diventa quindi un
nukenin, un disertore destinato ad essere perseguitato senza pietà fino alla morte. Sulla base di questa trama di fondo, Shirato inserisce numerosissimi episodi accomunati dal fatto di ruotare attorno a Kamui e alle conseguenze della sua scelta. Largo spazio è dato all'analisi psicologica del personaggio, un'analisi che rivela un pessimismo quasi cosmico:
homo homini lupus, è questo l'adagio che continua ad essere ripetuto inesorabilmente, spietatamente in ogni singola tavola. Kamui, che durante la sua infanzia aveva ripudiato l'Essere Umano in quanto creatura bieca e immeritevole, si rende pian piano conto del fatto che nessuno, nemmeno lui, ha le spalle abbastanza forti per reggere il peso di una solitudine totale, ma allo stesso tempo si accorge di come la sua valutazione dei propri simili fosse tragicamente corretta. La gente si divide tra oppressori e oppressi, ma oppressori e oppressi condividono lo stesso animo avido e egoistico: a fare la differenza è solo il fatto che i primi hanno
la possibilità di tiranneggiare, mentre i secondi no. I pochi innocenti sono poveri pesci in un mare di squali. Non restano che sogni irrealizzabili e illusioni. Eppure, pur rendendosi conto della fallacità di ciò che insegue, Kamui continua a inseguire la chimera di un futuro libero dal sangue e dalle catene dell'isolamento. Oscillando egli stesso all'interno della contraddizione di chi comprende di avere una chance su milioni di scampare al destino che la società ha stabilito per lui e ugualmente non riesce a rassegnarsi all'idea che tutto debba finire secondo il copione, Kamui testardamente continua a viaggiare e fuggire, a uccidere per sopravvivere, incrociando la propria vita con quella di altri carnefici o di altre vittime, di altri sventurati o di altri assassini, nell'attesa di incontrare alla fine la Realizzazione. O la Morte.
Diversamente da
Kamui Den,
Kamui Gaiden è piuttosto facilmente accessibile per il fan occidentale, anche se non nella sua completezza:
in primo luogo, molti degli episodi di questa serie sono stati ripresi dalla serie animata (in modo piuttosto fedele, a quanto mi è stato detto); inoltre alcune case editrici (la statunitense
Eclipse International, attraverso la
Viz Comics, ma anche la nostrana
Granata Press) a suo tempo hanno acquistato dalla Shogakukan i diritti per la pubblicazione di alcuni segmenti di essa. È stata soprattutto la Viz ad offrire la mole maggiore di materiale (l'episodio dell'
Isola di Sugaru e quello della
Spada di Vento [1]), anche se secondo criteri alquanto discutibili: certo, dobbiamo concedere l'attenuante che la Viz ha avuto un bel fegato a dare il via alle prime pubblicazioni di manga in America (era il lontano '87) con un titolo impegnativo come Kamui, e dunque in qualche modo è comprensibile che abbia cercato di 'tastare il terreno' prima di appoggiarci il piede. Per questo motivo, insomma, sarebbe stata fatta una sorta di cernita del materiale al fine di selezionare solo gli episodi più interessanti (almeno secondo la loro ottica): in base alla risposta del pubblico, eventualmente, sarebbe stato proposto qualcosa di più. In altre parole, la Viz portò sì Kamui in Occidente, ma solo dopo un'attenta 'normalizzazione' della storia che non si tradusse in una serie di censure insensate vere e proprie (quelle in cui si rimaneggia il materiale à la Mediaset, per così dire), ma con una selezione attenta sia dei singoli episodi sia delle scene. Se all'interno degli capitoli prescelti c'era un segmento 'problematico', ci si limitava a raccontarlo senza però
mostrarlo, con il buon proposito di provvedere a edizioni integrali dell'opera qualora il pubblico avesse gradito l'antipasto. Il pubblico gradì a sufficienza da convincere la Viz a pubblicare
The Legend of Kamui - Perfect Collection vol. 1 e 2 (che contengono la vicenda di Sugaru), ma l'affare si concluse con quei due volumi. Il resto (l'episodio della
Spada di Vento [2]) rimase relegato alle uscite bisettimanali 'sperimentali' e tagliuzzate, in fascicoletti di una trentina di pagine.
[1] Traduzione letterale mia (e dunque non ufficiale) dall'inglese. Magari un giorno qualcuno si deciderà a pubblicare lo stesso episodio anche in italiano, e allora - se sarà il caso - modificherò.
[2] Tutto il resto (vale a dire episodi di disabili ninfomani, finti fantasmi, salvataggi felini, sacrifici umani, bevitori di sangue, donne-guerriere travestite e molto altri ancora - grazie a
Roberto Bottura per le indiscrezioni) è rimasto tragicamente fuori.
(Di seguito racconterò i contenuti dei capitoli
L'
isola di Sugaru e
Il vento della spada .
Ci saranno quindi spoiler e anticipazioni. Evita di proseguire se preferisci serbarti la sorpresa.)
L'
isola di Sugaru (che potete scaricare gratuitamente in
questa pagina) è incentrato sul tema della fiducia. Kamui per puro caso si imbatte in un'altra
nukenin, una donna di nome Sugaru che è riuscita a realizzare quel sogno che il ragazzo insegue da tanto: scomparire agli occhi del clan, morire come
kunoichi per rinascere come moglie e come madre di tre figli, e vivere tranquilla in un villaggio di pescatori. La scoperta di Kamui, però, risveglia nell'animo della donna i fantasmi di quel passato rinnegato: convinta che egli sia un sicario inviato da Iga per ucciderla e regolare i conti, inizialmente usa ogni arma a sua disposizione per eliminarlo. Kamui non riesce a convincerla in nessun modo della propria buona fede, scontrandosi contro una determinazione perfino più profonda della sua. Sugaru, del resto, non rischia solo la propria vita, ma anche quella della sua famiglia. Le cose si complicano ulteriormente quando Kamui scopre che Hanbei, un uomo che aveva aiutato a farla franca dopo che aveva tagliato una zampa a Ichijiro, il cavallo del
daimyo, è proprio il marito di Sugaru. Hanbei soccorre Kamui, vittima di un naufragio, e lo porta in casa propria. Sugaru non può rivelare al marito perché la presenza del ragazzo la terrorizzi, né può fare a meno che i suoi figli si affezionino a lui. Non può far altro che continuare coi suoi tentativi di liberarsene, fino a che finalmente Kamui riesce a dimostrarle di essere dalla sua parte intervenendo a suo fianco per salvare Hanbei, scovato dal
daimyo e condannato a morte per la faccenda del cavallo.
I due scoprono solo a quel punto dell'esistenza di un vero e proprio gruppo di
nukenin, guidati da un tale di nome Fudo, che vivevano da quelle parti e che si occupavano di aiutare altri disertori in difficoltà. Kamui, che era stato salvato proprio da loro durante un agguato imprevisto, non può far altro che aggiungersi alle loro fila, ma per una volta l'essere forzato nelle sue scelte non gli pesa: crede di aver trovato negli altri
nukenin persone che, condividendo la sua situazione, possono diventare amici, e crede di aver trovato una nuova famiglia in Sugaru, Hanbei e nei loro figli. Crede di aver trovato l'amore con la giovane Sayaka, ma tutto è destinato a infrangersi quando Fudo getta la maschera e svela la sua vera natura di sicario: si macchia della morte di tutti i
nukenin, di Sugaru e dei suoi familiari. Solo Kamui, fortunosamente, riesce a scampare alla morte. Incapace di perdonare Fudo per averlo strappato a quel sogno proprio quando si era convinto di averlo saputo realizzare, il ragazzo si vendica terribilmente, sopraffacendo il suo nemico e destinandolo ad una morte atroce tra le fauci degli squali.
Il
Vento della spada (sto inserendo man mano i singoli capitoli disponibili tradotti in italiano,
sempre in questa pagina) si connette a quanto appena raccontato, ma si incentra per lo più sui temi della vendetta e della rivalità. È un capitolo narrato in modo magistrale da Shirato, che si dimostra un ottimo affabulatore in grado di gestire contemporaneamente i parecchi fili diversi che solo alla fine saranno intrecciati in un ordito pienamente comprensibile dal lettore. Ci sono infatti più vicende che si intersecano attorno a un comune denominatore che è la morte del giovane
ronin Juzo Makuta. Ad essa finiscono per connettersi l'annosa caccia di Iga a Kamui, il cammino di un monaco, il desiderio di vendetta del giovane e abile ninja Utsuse (figlio adottivo di Fudo) e gli intrighi - a loro volta annosi - tra i due rami del clan degli Yagyu, quello di Edo e quello di Owari.
Tutto ha inizio molti anni prima, quando il monaco Boshin, della scuola Shinto, viene soccorso in seguito a una valanga dall'impetuoso Juzo Makuta. Anche se vive da contadino, in realtà egli è un
goshi, ossia un samurai che discendeva dal clan che aveva governato la regione prima dell'avvento dei Tokugawa. Questo orgoglio misto a un fortissimo senso della giustizia lo convince spessissimo ad opporsi alle angherie dei potenti, ma questo inquieta la sua giovane moglie Sumi, che teme che un giorno o l'altro il coraggio e l'onestà dell'uomo lo porteranno alla tomba. Affezionatosi alla coppia, Boshin decide di insegnare a Juzo la tecnica Kusanagi: in poche parole si tratta di una tecnica inusuale, essenzialmente difensiva, che prevede di portare una serie di attacchi dal basso, cioè dall'angolo cieco di qualsiasi spadaccino. Boshin spera così di dare a Juzo la possibilità di sopravvivere al proprio istinto di vendicatore dei torti, ma è ben attento nello spiegargli che la Kusanagi non può fare di lui un vero samurai, e che quindi non deve neanche sognarsi di usarla se non per difendersi nel momento del bisogno. Qualche anno dopo, però, troviamo Juzo che girovaga per il Giappone assieme ad un discepolo, affrontando le varie scuole di spadaccini per testare la propria tecnica. Curioso di metterla alla prova con i più abili maestri di spada del Giappone, gli Yagyu di Edo, finisce per diventare una pedina in un gioco molto più grande di lui: esisteva infatti una rivalità tra gli Yagyu di Edo e quelli di Owari, nata in seguito ad un incontro disputatosi davanti a Iemitsu Tokugawa in persona. Benché il Maestro d'Armi dello shogun fosse Munefuyu Yagyu di Edo, il vincitore risultò Genpo Yagyu di Owari. Preoccupato all'idea che il clan di Owari potesse aumentare il proprio prestigio a suo discapito, Munefuyu decide di servirsi dell'insolita tecnica di Juzo per danneggiare Genpo: se anche, con quel suo modo bislacco di portare gli attacchi, il
ronin fosse riuscito ad azzoppare Genpo, Munefuyu si sarebbe assicurato nuovamente il posto da numero uno. Ma il clan di Owari, grazie ad alcuni informatori, viene a sapere almeno parzialmente della trappola preparata dagli Edo Yagyu, e per evitare brutte sorprese incarica alcuni ninja di Iga di eliminare lo scomodo Juzo. Il compito viene affidato a Fudo, che a sua volta lo assegna al giovane Utsuse, un ragazzino che aveva adottato quando era ancora in fasce e che aveva cresciuto come un ninja. Utsuse riesce a uccidere Juzo, e a quel punto la faccenda sembra essere un capitolo chiuso. Iga 'affida' Utsuse agli Yagyu di Owari, presso i quali resta come servitore. Né Genpo né il suo fido braccio destro, Izumo, immaginano che in realtà il ragazzino stia spiando di nascosto le tecniche segrete della scuola di Yagyu.
Passano gli anni. Un giorno Utsuse viene richiamato dal clan di Iga: Kamui ha ucciso Fudo, gli dicono, devi vendicarti uccidendolo a tua volta. Il giovane non se lo fa ripetere, e parte subito per la missione, ma gli Yagyu di Owari non sono contenti all'idea di farlo andare via, soprattutto quando si accorgono del 'furto' delle loro tecniche segrete. Preoccupatissimo, Genpo ordina a Izumo di eliminarlo, così si crea una catena di inseguimenti: Kamui è inseguito da Utsuse che è inseguito da Izumo, che è a sua volta inseguito dal ninja kogashira di Iga che aveva richiamato Utsuse al dovere.
Nel frattempo per le strade del Giappone un bambino di nome Kohyota si mette a fare strane mosse con la spada davanti a ogni samurai che incontra. Il fatto è che il piccolo è alla ricerca del padre, che non ha mai visto, e l'unica cosa che gli permetterebbe di farsi riconoscere da lui è proprio quella strana tecnica di spada: Kohyota è proprio il figlio di Juzo. Ironia della sorte, il bimbo finisce per fare amicizia con Utsuse. Nessuno dei due immagina chi sia in realtà l'altro. Utsuse si dimostra affettuoso con Kohyota almeno quanto abile e determinato nello scontro con Kamui: la loro abilità è pari, ma la velocità di Utsuse (che può contare inoltre sulla validità delle tecniche della scuola Yagyu) è tale che Kamui non riesce a vedere i suoi movimenti, e il loro primo scontro si chiude con un nulla di fatto solo per miracolo. Non altrettanto fortunato è Izumo che, colto alla sprovvista dagli attacchi dei ninja di Iga, quasi perisce in un incendio. Si riesce a salvare, ma a costo di terribili ustioni: ancora più determinato di prima a far fuori Utsuse e a vendicarsi degli Iga, riesce ad eliminarne un paio prima di sentirsi fare un'imprevista proposta proprio da loro: stanchi dell'arroganza di Utsuse, che ha preso la sua rivalità verso Kamui in modo troppo personale per i loro gusti, i ninja decidono di allearsi con gli Yagyu. Avrebbero offerto la testa di Utsuse in cambio di quella di Kamui, convinti che Izumo sia sufficientemente forte da uccidere entrambi.
Sbagliano, ovviamente. Kamui è turbato dal pensiero della velocità di Utsuse e dalla presenza sospetta di un monaco che è molto più di quanto non voglia far sembrare, ma riesce a eludere gli attacchi degli Iga e di Izumo. Convinto che si tratti di Utsuse, lo uccide e solo in seguito scopre la verità. Izumo, allora, prima di morire mercanteggia: dal momento che sia lui sia gli Yagyu sono interessati alla morte di Utsuse, propone a Kamui di allearsi con gli Yagyu. Kamui però è restio ad accettare simili condizioni: non si fida e comunque non ha voglia di obbedire ad altri se non a se stesso. Ancora una volta è il misterioso monaco a intromettersi
e a convincerlo a recarsi effettivamente a Owari. Qui si presenta a Genpo e ottiene il permesso di installarsi presso un piccolo tempio abbandonato, in attesa di Utsuse. Prima di lui, però, arriva il vecchio monaco, lo stesso Boshin che aveva anni prima insegnato la tecnica Kusanagi a Juzo Makuta. Mentre mostra a Kamui le tecniche Yagyu, gli svela anche il motivo che lo muove: riportare alla luce quella faccenda tanto sporca perché sia fatta giustizia.
Boshin riesce anche a rintracciare Kohyota e a portarlo via da Utsuse. Poi, dopo aver addestrato Kamui, si presenta agli Yagyu di Owari come il fratello di Boan Ata, a sua volta maestro di Hyogo Hyagyu, padre di Genpo. Viene ricevuto con tutti gli onori, facendo in modo di riunire nello stesso posto tutti gli attori di quel dramma, da Kohyota a Kamui, da Utsuse a Genpo. Finalmente si scoprono le carte: dopo essere stato messo quasi ko da Kamui e Utsuse, alleati per necessità, Genpo Yagyu viene messo davanti alla propria viltà. "Iniziare con l'arte della spada non è niente più che apprendere un modo per uccidere la gente. La valutazione di ciò che è bene e ciò che è male è lasciata al giudizio di colui che brandisce la spada. Questo è il motivo per cui esistono le scuole. La vera arte della spada sgorga solo dall'animo di un uomo che sa cosa sia l'onore. Se non sei che un animale che stringe una lama, la tua scuola non ha bisogno né di un nome né di un'esistenza. Forse tuo padre, il grande maestro che ti ha insegnato l'arte della spada, era un animale?" gli dice duramente Boshin, che blocca un gongolante Utsuse dal dare il colpo di grazia
a Genpo: "Il diritto di uccidere gli Yagyu non spetta a te" gli dice, prima di rivelare a Kohyota la verità sulla morte del padre. Il piccolo ne rimane sconvolto, ma non uccide né Genpo né Utsuse. Prima di allontanarsi con Kamui per risolvere il loro conto in sospeso, il ragazzo - che ironicamente si ritrova ad essersi macchiato della stessa colpa per la quale aveva tanto odiato Kamui - promette a Kohyota di non fuggire se mai un domani lui l'avesse cercato per vendicarsi.
C'è da chiedersi se tutte queste premesse non abbiano indebolito le motivazioni di Utsuse, o se le riflessioni cui Boshin l'aveva sottoposto non abbiano invece insegnato a Kamui qualcosa che al primo scontro ancora gli sfuggiva, o se forse entrambe le cose, ma il duello risolutivo tra i due si conclude per una volta con una vittoria senza sangue: il nostro eroe riesce a sconfiggere Utsuse, neutralizzandone la tecnica, ma non lo uccide. Utsuse ha compreso molte cose sulla vita del ninja e anche sulle motivazioni che hanno portato Kamui a tradire il clan. Che Kamui si sia accorto prima ancora di Utsuse di quella loro dimensione così vicina e simile?
Per la risposta, purtroppo (o per fortuna?), è ancora troppo presto...